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Ricordo di Diego Valeri

Il bel volume di Gloria Manghetti, l'ultimo importante a mia conoscenza che abbia per oggetto Diego Valeri (So la tua magia: è la poesia, All'insegna del Pesce d'oro) ha tra l'altro il merito di presentare un'immagine molto viva di lui a chi l'ha conosciuto e ne custodisce il ricordo. Alludo naturalmente alle poesie giovanili lì pubblicate, e che in fin dei conti non sono molto diverse (spessore a parte) dalle successive. Perché Valeri pare a me un poeta che ha trovato presto il tono della propria voce - e una voce poetica, si deve aggiungere, straordinariamente simile alla sua fisica -; ed essendo contrario agli sperimentalismi fine a se stessi, quel tono ha mantenuto, con naturalezza e anche orgoglio, sino alla fine.
Ma alludo specialmente ai contributi per un ritratto di Valeri uomo che emergono dall'epistolario con Francesco Meriano, singolare figura di intellettuale, poeta futurista o parafuturista ma anche meritorio editore di qualcosa come le arduissime Lettere di Guittone d'Arezzo.
È notevole la maturità che Valeri dimostra (le prime lettere a Meriano sono del 1915, quindi sui suoi ventott'anni): maturità forse accentuata dal fatto che corrisponde con persona più giovane di poco sl, ma che gli mostra, più che rispetto, venerazione; ed è una maturità che significa anche assenza di ogni giovanilismo, e del pericolo primo che questo comportava in quel momento, retorica della guerra e interventismo. Ecco, qui volevo arrivare, a questo brano che mi sembra il più alto dell'intera corrispondenza: «Ebbene, caro Meriano, la guerra che noi intravediamo e sentiamo raccontare da chi torna è una cosa talmente grande e talmente semplice, che ci supera, ci travolge, ci sommerge tutti; abolisce d'un tratto tutte le nostre eleganti complicazioni spirituali - la nostra personalità, via! - e ci gonfia il cuore d'un sentimento solo: una enorme aspettativa silenziosa. Chi, in queste condizioni, s'attenta a scrivere della guerra, con qualche pretesa d'arte, se non è un imbecille che parla a vuoto, è certamente una vittima, più o meno volontaria e più o meno lodevole o compassionevole, del suo mestiere o della sua missione». Per chi faccia mente locale alle trombe che accompagnavano la guerra appena dichiarata in quell'anno 1915 sia a destra che a sinistra (ma anche, diciamolo, a tanta letteratura di guerra che continuiamo a pregiare) queste parole di Valeri - che profilano il fermissimo antifascista ch' egli sarà - sono una lezione semplice ma decisiva di umanità. E non soltanto per quel tempo. A me poi, che l'ho sentito spesso, sembra di cogliere in queste righe un leggero alzarsi della voce, come gli accadeva quando si abbandonava a parlare di cose estremamente importanti.
lo ho avuto la fortuna di essere scolaro di Valeri all'Università di Padova, seguendo (posso non dire quando?) i suoi corsi di Letteratura francese e di Letteratura italiana moderna e contemporanea: Pascal e Apollinaire da una parte, le Operette morali dall'altra, niente meno; e ad avere l'idea dell'effetto su di me, si pensi che io ero matricola. Il modo di far lezione di Valeri era indimenticabile: cordiale e umanissimo con sfumature paterne ma insieme elegante, aristocratico, sicché negava ma nello stesso tempo conservava su altro piano il distacco del professore di vecchio stampo. Parlava con quella voce che il mio maestro Gianfranco Folena, suo amico, ha descritto, mirabilmente, così: «insieme calorosa e distante, limpida e come un po' velata, quella voce sommessa e gutturale che mi faceva talora pensare a quella dei colombi». Perfetto. E se questo volesse essere un ritratto a tutto tondo anziché uno schizzo, sarebbe interessante cercare perché sia Folena che io nel descrivere aspetti di Valeri abbiamo proceduto per antitesi e ossimori. Se posso permettermi un solo affondo, credo che un motivo possibile sia più o meno questo. Tutti abbiamo sentito come in Valeri coabitassero, non drammaticamente ma certo inquietamente, un uomo sociale, cordiale, aperto al mondo e agli altri, e un uomo riparato gelosamente all'ombra del proprio io; era insieme transitivo e intransitivo. Però se l'amabilità sua si offuscava sempre di una lieve distanza, la sua assenza non era mai e poi mai alterigia.
Quanto alla sostanza dei suoi corsi, mi piace ricordare per prima cosa che Valeri, assieme al filosofo cattolico Stefanini, era l'unico allora della Facoltà a far tenere esercitazioni o seminari agli studenti - a me toccò, quasi una premonizione, Montale. La lettura, con quella voce affascinante, era il nocciolo della lezione e rivelava, contenuta, l'adesione intellettuale e sentimentale all'autore, a quel testo. Finché vivrò, ricorderò il modo con cui Valeri «attaccava» per noi (uso a bella posta la metafora musicale) il finale del Dialogo di Plotino e di Porfirio, questa grandissima pagina: «Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme: non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha stabilita, dei mali della nostra specie. Sì bene attendiamo a tenerci compagnia l'un l'altro; e andiamo ci incoraggiando». Quella voce che si teneva appena sotto la soglia della commozione, ma in modo da alludervi, quella maniera di leggere ci impartivano dunque un forte insegnamento: la vita non è fatta, certo no, per la felicità; neppure però per l'astratto dovere; è fatta per quella solidarietà che permette anche di sopportarla meglio. Il vecchio socialista Valeri doveva sentire con piacere sprizzare simili pensieri dagli ultimi anni del suo poeta.
Intorno a quel nocciolo - che segnalava come comunque la vera cosa importante fosse il testo - c'era l'alone delle interpretazioni, o meglio discorsi a partire da, e delle vere e proprie improvvisazioni. Certamente Valeri improvvisava molto, e così voleva che fosse, devoto della libertà di fronte al testo, e le sue lezioni non avevano mai una struttura prevedibile. Quando il giudizio diveniva esplicito, allora direi che Valeri era sì attento alla bellezza dei testi, ma ancora più a quello che si potrebbe chiamare il loro carico di sapienza della vita. Attraversando Pensées e Operette molte cose Valeri ci ha condotto a guardare dalla finestra: per esempio, fra cultura e vita, la malinconica severità della dottrina di Epicuro, sottratta ai clichés e immersa nell'esperienza personale dell'esistere: manna per chi al liceo aveva passato di corsa, come avviene, il grande filosofo greco, ma aveva amato e quasi venerato Lucrezio come una divinità lontana. E qui mi viene da dire (ma ci tornerò) che, sì, Valeri era con ogni evidenza un uomo dell'amore, non ne amava solo la seduzione ma pure la grazia; però era anche, e forse più, un uomo dell'amicizia.
Nelle indimenticabili lezioni su Pascal era continuo il richiamo da un lato a Montaigne, dall'altro alla saggezza cristiana e al suo biforcarsi anche conflittuale in un senso della vita cattolico e uno protestante (ricordo il laicissimo Valeri purgare il nostro rozzo laicismo giovanile con una bella e convinta difesa della saggezza della confessione individuale cattolica contro le forme di confessione collettiva). Qui Valeri, che aveva fama del tutto ingiusta di esteta, si rivelava per quello che era in verità, anzitutto un uomo etico. Di conseguenza egli a lezione non trasmetteva tanto un sapere (che celava o sottintendeva), ma appunto, e con perfetta naturalezza, una sapienza. E benché fosse allora avviato ai settant'anni, quella che trasmetteva non era affatto una sapienza senile ma semplicemente una sapienza matura, che smorzava sì l'irrequietudine centrifuga di noi giovani, ma sapeva dialogare con essa esponendo i propri dubbi e le proprie ombre, anzi in qualche modo la comprendeva in sé. Come avviene ai veri maestri, niente per Valeri era così bello e amabile come la gioventù. Inutile dire infine che gli esami di Valeri - o meglio colloqui informali e paterni": nulla mai avevano di inquisitivo.
lo sono ormai nell'età in cui, pur essendo sempre e del tutto privo di saggezza, sempre più avverto che la grande fortuna che ho avuto in sorte è stata quella di aver incontrato alcuni Uomini. Valeri è stato uno di questi, e non posso sporgermi verso il luogo ch'egli ora abita senza una profonda, filiale gratitudine. Ma quel luogo è soprattutto un non-luogo, ed è pensando ai luoghi umani in cui egli ha vissuto, inseparabili da lui, che si può tentare di richiamarlo. Tra questi, per me, è prima di tutti la piccola aula dei suoi corsi, al Liviano, che per fortuna ho avuto rari obblighi di rivedere - quando lui non c'era più, in un senso o nell'altro e più definitivo. E poi la bella casa luminosa di Venezia, sopra la riva malinconica. E i portici di Bressanone, in molte estati dei corsi estivi dell'Università di Padova; di Bressanone Valeri era un nume gentile, e rammento per esempio di un pomeriggio che lo vidi passeggiare affettuosamente con un altro caro e grande scomparso, Carlo Diano, l'uno allacciato alla vita dell'altro: i giovani tendono a credere che l'amicizia faccia tutt'uno con la giovinezza, e io ricevetti dal gesto dei due anziani saggi insieme meraviglia e lezione.
Conoscere Valeri professore (con cui rimasi sempre in un bel rapporto) voleva dire andarsi a cercare, se già non si conoscevano, i libri della sua poesia. Lo feci subito, sui banchetti di usati che allora, a Treviso come altrove, funzionavano così bene, pronti a offrirti sorprese ma anche esattamente quello che cercavi; e vi acquistai Poesie vecchie e nuove e Terzo tempo, cioè il nucleo della sua opera poetica. Dunque il mio rapporto con la lirica di Valeri è antico, perciò radicato, tanto che ancor oggi so più o meno a memoria alcuni dei suoi testi; e quando mi è toccato allestire un'antologia di poeti italiani del nostro secolo ho saputo quasi automaticamente cosa scegliere di lui: curiosamente - ma poi non troppo - gusti giovanili e gusti dell'età matura coincidevano quasi all'unghia.
Man mano che mi occupavo per cosi aire professionalmente di poesia del Novecento, mi continuavo a chiedere perché quella di Valeri, così evidente e così cara ai lettori, non avesse ricevuto dai critici il posto e la definizione che meritava, se non da pochissimi, o quasi solo dal suo interprete migliore e più geniale e forse unico vero, Luigi Baldacci. Il fatto è che Valeri, lungi dall'essere un semplice epigono (termine del resto un po' stupido, che mi infastidisce), fermò lo sviluppo del simbolismo, come fossero le lancette di un orologio, a un certo punto: quello e non oltre. La sua parola quindi non è una parola che allude all'oggetto e lo dissolve, ma che lo contorna plasticamente - e qui s'intravvede forse la ragione del suo permanente debito verso stato D'Annunzio. Mi ricordo di quando il mio futuro indimenticabile Amico (che allora non conoscevo) Vittorio Sereni prese la parola brevemente per festeggiare Valeri, lui presente, in una bella villa veneta, in una dolce serata; e disse press'a poco che non importava a quale punto di una catena Valeri s’era attaccato, importava con quanta energia e individualità l'aveva fatto. Quanto vorrei dire non potrebbe esser detto meglio di così.
La poesia di Valeri è, inevitabilmente, quella di un intellettuale, ma non è in se stessa una poesia intellettuale. Per questo, e per il suo riprendersi da più lontano, riesce a dire quelle cose che i suoi contemporanei più all'avanguardia, «lirici nuovi» ed ermetici, non riescono più a dire, o solo per scorci e folgorazioni come Montale; ma beninteso riesce a dirle, lui stesso, un po' come da dietro un velo (che sia questa la motivazione profonda del cosiddetto suo «impressionismo»?) Significa, come vuole chi lo sminuisce, che Valeri sia un poeta rassicurante?
Niente affatto. Giacomo Debenedetti, che ha scritto su di lui pagine molto belle, ha parlato di una «alleanza con la vita» di Valeri. Ma a me questo umanesimo (che certamente apparteneva all'uomo) pare piuttosto il punto di partenza che quello d'arrivo del poeta. La natura di Valeri, i suoi scorci vivi di città, i suoi oggetti torniti così esattamente e, diciamolo pure, con tanta felicità stanno lì anche senza l'uomo e potrebbero salpare senza di lui (questo pure ci ha insegnato Baldacci). Egli conosce bene la malinconia, l'angoscia del pensare alle cose che sopravvivono all'uomo. E se il mondo ritratto nella sua poesia ci appare quello medesimo in cui il poeta vive, ciò non toglie che anch'egli lo colga da uno spiraglio, da una finestra, passandogli accanto di corsa. Tutto questo vuol dire che Valeri è a suo modo un poeta «moderno»; ma siccome anche questa parola non mi piace e mi pare sempre più priva di significato (moderno è appena chi si proclama tale), vuol dire piuttosto che è un poeta non solo «evidente» ma anche importante per la nostra sensibilità.
La nostra, chiamiamola così, civiltà usa cancellare il proprio passato anche più vicino, ignorarlo: io ho un'età sufficiente per detestare questo atteggiamento e ritenere che esso coincida con la barbarie stessa. Non mi faccio illusioni, posso soltanto augurarmi che la poesia di Valeri sia conservata presso le generazioni più giovani.
Se non temessi di evadere dallo spazio e dal taglio tipici di un «ricordo», mi piacerebbe parlare, o toccare, di altri aspetti dell'opera di Valeri, come la prosa che io direi «di sguardo» delle Fantasie veneziane. Posso però dichiarare il mio amore particolare per il Valeri traduttore di poesia (ma anche di prosa); e direi dal tedesco ancor più che dal francese, verso il quale non aveva altrettanto distacco. L'eccesso di soggettività è mortale per le traduzioni; ora Valeri era un poeta oggettivo, in tutto e per tutto, e se non altro perché era di quelli che considerano ancora la poesia una necessaria collaborazione del dentro col fuori, se si vuole anche della necessità interiore col variopinto caso dell'esistenza; ed era un poeta che mai avrebbe saputo scompagnare la propria poesia dal grande «gusto» che possedeva. Per entrambe le ragioni è stato un traduttore così eccellente. Ma, come dire, tutto quello che Valeri scriveva e anche faceva portava il segno della sua grande vocazione e gioia d'essere poeta, anche se non si sarebbe mai sognato di andare in giro, come molti della sua epoca - e di adesso - reggendo il cartello con su scritto «Poesia». La poesia era una sua seconda natura, non aveva bisogno di essere proclamata, signorile, malinconica e un po' lontana come la sua camminata e i suoi gesti.

Pier Vincenzo Mengaldo

[tratto da Pier Vincenzo Mengaldo, La Tradizione del Novecento, Torino, Bollati Boringhieri, 2000]






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