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Questa vecchia botte che è l'Università padovana ha riempito, in sette secoli, innumerevoli altre botti, e barili, e caratelli, e damigiane di cantine nostrane e foreste.

Grandi nomi di maestri, di discepoli, di discepoli divenuti maestri, attestano davanti al mondo la gloria immortale dello Studio; né occorre citarli, perché tutti li hanno a mente. Ma c'è anche, ed ha grandissimo valore, la testimonianza continua e confusa degli oscuri, i quali, una generazione dietro l'altra, son venuti a Padova per addottorarsi, ci han vissuto quattro cinque sei anni, i più belli della loro vita…

Diego Valeri
“Città Materna”
Massimiliano Boni editore, 1976

Attraversano Padova due fiumi d'acque perenni: il Bacchiglione e l'allegra baraonda degli studenti.

Il Bacchiglione, poveretto, corre il rischio d'essere, presto o tardi, intombato, come un naviglio qualunque, in omaggio alla cosiddetta scienza urbanistica; ma l'allegria degli studenti, stiamo pur certi e sicuri che non ci sarà piano regolatore capace di sotterrarla, né ora né mai.

Senza di essa, Padova non sarebbe più lei, la città vecchiona che ha sempre vent'anni.

Diego Valeri
“Città Materna”
Massimiliano Boni editore, 1976


Una libreria non è un qualsiasi banco di vendita, né il mestiere del libraio un mestiere come tanti altri.
Al libraio occorre una cultura…
Bisogna che s’accompagni alla persuasione sincera che i libri, tutti i libri, hanno un valore che non si computa soltanto in denari.
Per coloro che danno agli studi la propria attività e il proprio amore, essa può diventare una seconda casa: professori e studenti vi si ritrovano; intellettuali, artisti, professionisti, amatori del libro vi si avvicinano e discutono; il rumore del mondo vi giunge attutito; fra le pareti imbottite di libri si respira un’aria migliore, rasserenata dall’intelligenza, favorevole all’amicizia.
Uno di questi cenali è appunto a Padova la Libreria Draghi.

Il centenario d’una libreria, 1950

Mi fermavo al Bo’ se avevo lezione e poi in libreria. La gente poteva immaginare chissà che dotte conversazioni fra quei due o tre dotti e dottori nell’ultima stanzetta giù in fondo.
“Novità?” domandavo alla signorina Lea che stava facendo lunghissime somme sopra una strana macchina che per me fu sempre meraviglia e miracolo.

Manara Valgimigli
Centenario d’una Libreria, 1950

Vero cenacolo letterario la Libreria Draghi; non si può pensare ad essa senza ricordare Enrico Castellani, Donato Donati, Concetto Marchesi, Manara Valgimigli, Giuseppe Solitro…

L’uomo di lettere, o, più genericamente di studi, quando entra nell’età critica, si volge, come tutti, a riguardare il magnum iter percorso, e allora stupisce di vedere quanta parte della sua vita sia stata mangiata, divorata dai libri.

Non c’è stato giorno senza libro. Questi pensieri mi corrono mentre siedo nella saletta interna della Libreria Draghi.

Diego Valeri
Centenario d’una Libreria, 1950


Chi vi può ricordare senza sospiro, o anni padovani?

Anche noi, che a Padova ci siamo tornati (con altro vello, purtroppo), continuiamo a covare quella incontentabile nostalgia. Padova oggi ci presenta una tutt'altra faccia da allora, non tanto perché sia, com'è di fatto, in sé mutata, quanto perché siamo mutati noi, e come! Quella Padova dei nostri bei dì è già diventata, nella lontananza, una città mitica, su cui splende fermo il sole della memoria.
Penso a quei due vecchi soavi che insegnavano filosofia, anzi due inconciliabili filosofie, quando io entrai per la prima volta nelle aule del Bo’. Erano due simboli viventi del pensiero già tutto pensato, della vita già tutta vissuta: vòlti in opposta direzione, guardavano, immobilmente sí, nel loro passato immutevole. Come avremmo potuto nutrirci delle loro parole, noi che eravamo speranza ardente, irrequieto desiderio di operare, fermento d'istinti torbidi e di chiari sogni? Non li comprendevamo, è certo; ma pure li guardavamo con amore, li ascoltavamo con pura passione di verità.
Penso ai compagni diurni e notturni, filosofanti e spensierati, innamorati chi di un'idea, chi di una ragazza, chi, semplicemente, della vita.

Diego Valeri
“Città Materna”
Massimiliano Boni editore, 1976


Statua bianca della notte, alzata
tra i voli obliqui delle stelle,
dove guardi tu cieca? cosa ascolti
tu sorda? quale eterno canto canti
nel muto cuore? Forse tu sei la morte. Idea, figura,
ferma sopra il mutevole delirio della nostra speranza. Nello spazio
tra i verdi inganni di due soli,
nuda a te stessa splendi
di luce vera.


Diego Valeri
“Città Materna”

Ma il Prà della Valle non sarebbe, ora, quel mondo di meraviglie che è, se non accogliesse ai suoi margini, verso Santa Giustina, le giostre e i casotti della fiera.

Sono i giorni del Santo, e tutto il Prato è invaso dai cavalli; schioccano le fruste, gli zoccoli tambureggiano sul terreno, di qua e di là si levano scroscianti nitriti, grida di sensali, antifone di venditori ambulanti, gloriosi scampanii di chiese.

I casotti e le giostre, confinati laggiù, ai piedi del gran chiesone color tabacco suonano i loro patetici organini…

Diego Valeri
“Città Materna”
Massimiliano Boni editore, 1976

Quando il Santo morì, nel 1231 (sentendosi morire aveva voluto far ritorno alla città del suo cuore), il popolo, senza attendere la canonizzazione, lo gridò Santo, e subito si levarono i muri colossali della basilica a lui consacrata. Questa, che passò poi attraverso i secoli senza subire notevoli modificazioni esterne, non è un esemplare di romanico puro: qualche grazia gotica tempera la sua montagnosa rudezza, e le tante cupole e i tanti campanili a minareto che la coronano sentono l’Oriente vicino. Ma l’accento resta romanico: accento pacato, naturalmente grave, che traduce un sentimento di solidità e di grandezza morale, affatto immune così dall’enfasi come da ostentazione di eleganza.

Diego Valeri
“Città Materna”
Massimiliano Boni editore, 1976

La sera incontravamo per le vie solitarie gli illustri giuristi, che passeggiavano a due a due come dei collegiali, il grande clinico di piccola persona, che fumava un lunghissimo sigaro, o quei due matematici amici, uno alto uno basso, che, andando su e giù tranquilla­mente dal Pedrocchi al Pra' della Valle, risolvevano dei teoremi vertiginosi.

Il mio Pra' della Valle non è, direi, un luogo nello spazio; sì, piuttosto, un luogo nel tempo. Nel tempo, cioè nel passato, cioè nel ricordo; cioè nel mio cuore, a cui le lontane memorie, via via che fuggono gli anni, vengono facendosi sempre più vicine e presenti.

Diego Valeri
“Città Materna”
Massimiliano Boni editore, 1976

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